Per andare avanti, a volte bisogna passare la palla indietro

Del rugby non so quasi nulla. Non l’ho praticato, non l’ho seguito, e se mi capita di vederne una partita ne colgo sì e no la metà. Eppure, ascoltando un campione di questa disciplina, mi sono fermato su un dettaglio che non conoscevo: si corre in avanti, verso la meta, ma la palla con le mani in avanti non si può passare.
È un paradosso solo apparente, e continuo a pensarci. Per avanzare non basta guardare davanti a sé. Bisogna leggere quello che succede intorno, capire qual è il momento giusto e affidare la palla a chi in quel momento si trova nella posizione migliore per portarla avanti. Un passaggio all’indietro può essere la condizione per conquistare terreno.
Non ho la pretesa di ricavare una filosofia da uno sport che conosco poco. Ma quell’immagine mi è rimasta addosso, e ha trovato un senso ancora più personale quando ho ascoltato un’altra storia.
Tre passi indietro per un passo avanti
L’occasione era un incontro con oltre duecentocinquanta partecipanti, professionisti e imprenditori di settori diversi. Non un convegno di agenti immobiliari, e forse è anche per questo che quello che ho sentito mi è arrivato in modo diverso.
A parlare era l’amministratore delegato di una società leader nel proprio settore, che oggi supera i novecento milioni di euro di fatturato. Raccontava il momento decisivo del suo percorso, l’incontro con il vertice dell’azienda che poi avrebbe guidato. Dopo aver letto il contratto che lo legava alla società per cui lavorava allora, il suo interlocutore gli disse una frase sola: bisogna fare tre passi indietro per fare un passo avanti.
Non conosco i dettagli di quel passaggio, né a che cosa abbia dovuto rinunciare. Ma quella frase mi ha fatto pensare per giorni.
Siamo abituati a misurare la crescita con quello che aggiungiamo. Un ruolo più importante, condizioni migliori, una struttura più grande, qualche certezza in più. Ci chiediamo molto più raramente se crescere possa voler dire anche lasciare qualcosa, accettare di rimetterci in discussione, rinunciare a una posizione che conosciamo bene per costruirne una più coerente con ciò che vogliamo diventare.
E ho ripensato al rugby. A quel passaggio che, guardato da solo, sembra andare nella direzione sbagliata, e che acquista senso soltanto quando si guarda l’azione intera.
Uscire dalla mischia
La fotografia che accompagna questa riflessione ritrae un passaggio all’uscita della mischia. Il giocatore affida il pallone a un compagno arretrato, e lo sforzo collettivo trova finalmente uno sbocco.
È il momento che mi colpisce di più. La mischia è fatica condivisa, spinta, contatto, tutti che premono nella stessa direzione senza che si veda ancora un risultato. Poi la palla esce, e quella pressione diventa uno spazio in cui si può decidere qualcosa. Serve lucidità per riconoscere il momento, e serve fiducia in chi riceve.
È un’immagine che sento vicina alla fase che sto vivendo. Porto con me il valore del percorso fatto fin qui, e scelgo di prendermi la responsabilità dell’azione che viene dopo, insieme alle persone pronte a condividerla.
Il valore di ciò che si lascia, la responsabilità di ciò che si sceglie
Dopo più di trent’anni in questo mercato, queste riflessioni si intrecciano con una decisione che mi riguarda da vicino: la nascita di Morabito Heritage e il passaggio da Coldwell Banker a un marchio indipendente.
Non la considero un’operazione di rebranding. Cambiare nome, colori e insegna è la parte più semplice, ed è anche la meno interessante. La domanda vera è un’altra: che forma voglio dare al prossimo capitolo del mio lavoro, quali responsabilità sono disposto ad assumermi, che cosa voglio che i clienti riconoscano quando si rivolgono a me.
Coldwell Banker è stata una parte importante del mio percorso e l’esperienza dentro un network internazionale resta un patrimonio professionale che porto con me. Scegliere una strada autonoma non significa disconoscere quel valore. Significa riconoscere che un’esperienza può essere stata importante e che, allo stesso tempo, è arrivato il momento di costruire qualcosa di proprio.
Non vedo l’indipendenza come un arretramento. So però che comporta rinunciare a qualche certezza, ripensare abitudini consolidate e prendersi in prima persona il peso delle decisioni. È qui che quelle due testimonianze mi hanno aiutato: non nella rinuncia come obiettivo, ma nella disponibilità ad affrontare un cambiamento per dare una direzione al futuro.
Tornare al proprio nome non significa ricominciare da zero
Morabito Heritage nasce da quello che è stato costruito nel tempo. Dall’esperienza fatta sul mercato, dalle trattative affrontate, comprese quelle che non sono andate lisce. Dalle relazioni professionali, dalla conoscenza dei territori, dalla fiducia che ogni cliente decide di accordarci e che non è mai scontata.
Mettere il proprio nome al centro di un progetto significa rendere più diretto il legame tra quello che si promette e quello che si fa. Per me vuol dire continuare a costruire un’intermediazione in cui l’immobile non è un annuncio da pubblicare, ma una parte di una storia personale, di un patrimonio, di una decisione che pesa.
Chi vende non ci affida delle fotografie e una planimetria. Ci affida un obiettivo, quasi sempre accompagnato da aspettative, dubbi e tempi da rispettare. Chi compra non cerca una superficie e un indirizzo, cerca una casa che corrisponda al proprio progetto di vita. Il nostro mestiere sta esattamente lì in mezzo, nel tenere insieme queste due cose: saper ascoltare, saper valutare, e saper mettere in relazione le persone giuste.
Un patrimonio da portare nel futuro
Ho scelto la parola Heritage perché richiama un’eredità, qualcosa che si riceve o si costruisce nel tempo. Nel mio caso non è qualcosa da custodire sotto vetro, è la base su cui continuare a lavorare.
L’esperienza serve se aiuta a leggere situazioni nuove, non se diventa un modo per ripetere quello che si è sempre fatto. Le relazioni contano se vengono coltivate. E la reputazione, che è la cosa più lenta da costruire e la più rapida da perdere, va confermata ogni giorno.
Il passato da solo non garantisce niente. Offre però gli strumenti per affrontare quello che viene con qualche consapevolezza in più. Morabito Heritage nasce con questa intenzione: tenere insieme il valore del percorso fatto e la libertà, con la responsabilità che ne consegue, di scegliere il prossimo.
La meta è davanti
Di quelle due testimonianze porto con me soprattutto una domanda: stiamo difendendo la posizione che abbiamo raggiunto, o stiamo preparando il passo successivo?
Non tutti i passi indietro portano a un risultato migliore, e cambiare da solo non basta mai. Servono una direzione, un metodo e persone disposte a fare il lavoro che serve. Ma restare fermi soltanto per non lasciare quello che conosciamo non è davvero una forma di sicurezza.
Il rugby continuo a non conoscerlo abbastanza per commentare una partita. Quel passaggio all’indietro, però, mi ha fatto guardare con occhi diversi un momento della mia vita professionale.
Morabito Heritage è questo: uscire dalla mischia portandomi dietro quello che ho imparato, dare una forma nuova alla mia esperienza e costruire con la squadra l’azione successiva.
La palla va indietro. La squadra va avanti. E la meta resta davanti a noi.
Francesco Morabito
Domande frequenti sulla nascita di Morabito Heritage
Che cos’è Morabito Heritage?
Perché nasce Morabito Heritage?
Il passaggio a Morabito Heritage è un semplice rebranding?
Che rapporto c’è tra l’esperienza in Coldwell Banker e Morabito Heritage?
Perché è stato scelto il nome Morabito Heritage?
Che cosa significa mettere il proprio nome al centro del progetto?
Come interpreta Morabito Heritage il lavoro di intermediazione immobiliare?
Che cosa cambia per i clienti con la nascita di Morabito Heritage?
Qual è il significato del passaggio all’indipendenza per Morabito Heritage?
Vuole conoscere Morabito Heritage e il nuovo capitolo del nostro modo di lavorare nel mercato immobiliare? Scopri Morabito Heritage e il progetto che nasce dall’esperienza costruita nel tempo.
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