Le ville olimpiche del Novecento industriale tra Milano e Torino: Agnelli, Pirelli, Borletti e l’architettura del potere economico

Attribuzione immagine di copertina: Paolo Monti, Servizio fotografico (Torino, 1961). Fondo Paolo Monti, BEIC — BEIC 6347017. CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.
C’è stato un momento nella storia italiana in cui una classe sociale ha deciso di raccontarsi attraverso l’architettura domestica. Tra gli anni Venti e gli anni Sessanta del Novecento, le famiglie che stavano costruendo il capitalismo industriale del Paese — gli Agnelli a Torino, i Pirelli, i Necchi, i Borletti, gli Invernizzi, i Falk a Milano — hanno commissionato, comprato, trasformato ville che non erano semplicemente case. Erano dichiarazioni. Erano il modo in cui un potere economico nuovo, spesso privo di quarti di nobiltà, si dava una forma, una legittimità, un’estetica.
È il piccolo Olimpo del capitalismo italiano, e le sue dimore raccontano ancora oggi — a chi le sa leggere — una storia che va ben oltre la cronaca mondana. Perché in quelle ville si legge una geografia culturale precisa: due città, due grammatiche del potere, due modi radicalmente diversi di intendere il rapporto tra ricchezza, architettura e rappresentazione di sé. Milano costruisce. Torino compra la storia. E in mezzo, a fare da ponte tra le due, si muove una piccola cerchia di architetti che di quelle famiglie divennero, letteralmente, gli arbitri dell’eleganza.
Milano: la villa come manifesto
La grammatica milanese è quella dell’affermazione. La villa non viene ereditata, viene costruita. E viene costruita in città, nel linguaggio architettonico più aggiornato del momento, con tutte le tecnologie disponibili, perché il suo compito è dire: siamo arrivati, e siamo moderni.
Il caso esemplare è Villa Necchi Campiglio, edificata tra il 1932 e il 1935 su progetto di Piero Portaluppi in via Mozart 14, nel cuore del “quartiere del silenzio” tra corso Venezia e corso Monforte. I committenti sono Angelo Campiglio, la moglie Gigina Necchi e la cognata Nedda: una famiglia arrivata da Pavia, arricchitasi con la ghisa e poi con le macchine da cucire, che la borghesia milanese di antica ascendenza guardava ancora con la diffidenza riservata agli arricchiti. La villa è la risposta a quella diffidenza.
Portaluppi — che in quegli stessi anni firma il Planetario, Casa Corbellini-Wassermann, la sistemazione della Pinacoteca di Brera — progetta un edificio che è un manifesto del razionalismo italiano appena imbevuto di raffinatezza déco. Ma la vera dichiarazione è nei dettagli: ascensore, montavivande, citofoni, telefoni, e soprattutto una piscina riscaldata, tra le prime della città, affiancata da un campo da tennis. Il giardino non è un ornamento: è un teatro sociale. La villa fu progettata e costruita, come è stato scritto, senza limiti di budget.
C’è un dettaglio che dice tutto della cultura di questa committenza: la disposizione degli interni segue la logica delle dimore nobiliari — piano di rappresentanza, piano padronale, servizi nel sottotetto — ma la famiglia volle ampliare in modo sproporzionato gli spazi del ricevimento: la sala da pranzo, il fumoir, la biblioteca, il grande salone. La villa esiste per essere abitata, certo. Ma esiste soprattutto per essere mostrata.
Non è un caso che, settant’anni dopo, Luca Guadagnino abbia scelto proprio Villa Necchi come set di Io sono l’amore (2009) per raccontare l’immaginario dell’alta borghesia industriale lombarda. Cercava, disse, “un ambiente molto rigoroso, neutro all’esterno e ricco all’interno”. È la definizione perfetta di un’intera classe sociale.
La stessa logica vale per gli altri protagonisti dell’Olimpo milanese. I Borletti — la famiglia della meccanica di precisione e della Rinascente — avevano la loro villa in via Tasso. Gli Invernizzi, il cui palazzo di via Cappuccini è ancora oggi celebre per i fenicotteri rosa del giardino, possedevano la villa di Trenzanesio. I Pirelli commissionarono ville private, ma affidarono il proprio monumento pubblico a un’architettura di ben altra natura: il grattacielo di Gio Ponti e Pier Luigi Nervi, costruito tra il 1956 e il 1960, che per anni fu l’edificio più alto d’Italia. È una scelta che dice molto: a Milano, il potere industriale non teme di farsi verticale, visibile, urbano.
Torino: la villa come continuità
La grammatica torinese è esattamente opposta, e per capirla basta guardare a Villa Agnelli di Villar Perosa, nella Val Chisone, a un’ora da Torino.
Gli Agnelli non costruirono la loro villa. La comprarono. E comprarono qualcosa di molto specifico: un edificio settecentesco tradizionalmente attribuito a Filippo Juvarra, l’architetto della Basilica di Superga e della Palazzina di caccia di Stupinigi, concepito in origine come casino di caccia per i Savoia. Una dimora dalla facciata sobria e proporzioni armoniche, che nella tradizione locale era nota semplicemente come Villa Piccon, dal nome dei conti che l’avevano posseduta.
La famiglia — proprietari terrieri di Racconigi, allevatori di bachi da seta prima che industriali — vi radicò la propria presenza nel corso dell’Ottocento. Poi arrivò Giovanni Agnelli senior, cofondatore della FIAT, che nel 1906 promosse la nascita delle Officine di Villar Perosa, nucleo della futura RIV specializzata nei cuscinetti a sfera. Da quel momento la villa non fu più solo una residenza: divenne il centro simbolico di un sistema che teneva insieme famiglia, fabbrica e comunità. Gianni Agnelli fu sindaco di Villar Perosa dal 1945 al 1980 — trentacinque anni consecutivi — e la villa fu il luogo dove si ricevevano capi di Stato e operai della RIV, con una naturalezza che a Milano sarebbe stata impensabile.
La differenza con Milano è netta e va colta bene. A Milano si costruisce il nuovo per dimostrare di essere arrivati. A Torino si acquista l’antico per dimostrare di esserci sempre stati. È la stessa distinzione tra un’estetica dell’affermazione e un’estetica dell’understatement che, come abbiamo già osservato su questo blog, distingue ancora oggi le due città anche nel mercato residenziale di pregio.
Il secondo capitolo torinese è Villa Frescot, sulla collina di Torino, in strada San Vito Revigliasco. È una dimora ottocentesca sorta su un nucleo rurale settecentesco — la Vigna Ladat, abitata dallo scultore Francesco Ladatte, autore del cervo che sovrasta Stupinigi — passata a metà Ottocento ai Frescot, da cui prende il nome. Gianni Agnelli la acquistò alla fine degli anni Sessanta, e la ragione dice molto di quell’epoca: cominciavano gli anni del terrorismo e dei rapimenti, e la collina era più sicura dell’appartamento di corso Matteotti.
A ristrutturarla fu chiamato Renzo Mongiardino, il più “sartoriale” degli architetti italiani, mentre Marella Agnelli conduceva un restauro filologico personale, battendo musei e case dei dintorni e facendo rifare le tappezzerie ai propri artigiani svizzeri di fiducia. Villa Frescot divenne la residenza più amata dall’Avvocato — vi morì il 24 gennaio 2003 — e il luogo in cui, nella più assoluta discrezione sabauda, si scrissero pagine di storia italiana: da Kissinger a Platini, da Montanelli ad Abbado.
Tomaso Buzzi: il filo che unisce le due città
C’è una figura che dimostra come Milano e Torino, nell’architettura domestica del potere, fossero in realtà un sistema unico. Si chiama Tomaso Buzzi (1900-1981), ed è probabilmente il personaggio più affascinante di questa storia.
Nato a Sondrio, laureato al Politecnico, sodale di Gio Ponti e cofondatore con lui e con Paolo Venini dell’associazione Il Labirinto, direttore artistico della Venini di Murano tra il 1932 e il 1934, maestro di Gae Aulenti: a trent’anni Buzzi era già l’architetto più ricercato dalla borghesia milanese. Federico Zeri lo definì semplicemente “il più colto degli architetti”.
La sua lista di committenti è, di fatto, l’anagrafe del potere italiano del Novecento. Dall’aristocrazia — Volpi, Visconti di Modrone, Cini, Doria, Brandolini — alla grande borghesia industriale: Agnelli, Falk, Pirelli, Invernizzi, Feltrinelli, Borletti, Marzotto, Necchi. Buzzi riarredò gli interni di Villa Necchi Campiglio a partire dal 1938,
addolcendo il rigore di Portaluppi con arredi neo-settecenteschi e arazzi fiamminghi. Curò l’arredamento di villa Borletti in via Tasso. Restaurò villa Invernizzi a Trenzanesio, giardino compreso.
Ma il dato che rivela il sistema è un altro: Buzzi lavorò anche per gli Agnelli. Firmò progetti per le dimore di famiglia a Villar Perosa. Nel 1953, su incarico della Fiat — allora proprietaria dell’edificio — sostituì la scala dell’ala nord di Palazzo d’Azeglio a Torino con uno scenografico scalone formato dall’intreccio di due rampe a spirale. L’anno successivo ristrutturò palazzo Nasi-Agnelli in via Principe Amedeo, sempre a Torino.
Lo stesso architetto, dunque, che dava forma al gusto dei Necchi e dei Borletti a Milano lavorava per gli Agnelli a Torino. Le due grammatiche erano diverse, ma la mano che le scriveva era spesso la stessa. È la prova che l’Olimpo industriale italiano, pur diviso tra due capitali, condivideva un unico codice del buon gusto — e sapeva esattamente a chi rivolgersi per acquisirlo.
Vale la pena aggiungere il finale, perché è degno del personaggio: dopo aver progettato le case dei più ricchi d’Italia, Buzzi si ritirò. Comprò in Umbria un antico convento francescano, La Scarzuola, e dal 1958 alla morte lo trasformò in una città ideale di pietra, popolata di teatri, torri e simboli esoterici. Diceva che, dopo aver passato la prima parte della vita a dare soddisfazione al corpo, la seconda andava dedicata all’anima.
Il giardino come firma finale
C’è un elemento che, in tutte queste dimore, funziona come firma conclusiva: il giardino. E non è un dettaglio ornamentale, ma la parte in cui la villa dichiara la propria idea del mondo.
A Villar Perosa, a metà degli anni Cinquanta, Marella Agnelli chiamò il paesaggista inglese Russell Page. Page fece togliere le palme, le fontane con i cherubini, le statue di marmo bianco, i vasi di terracotta — tutto ciò che, a suo giudizio, ostacolava il paesaggio. Aprì lo spazio alla luce, disegnò aiuole regolari di sole rose sulle terrazze, e inquadrò la veduta sulla cupola juvarriana e sul profilo delle Alpi. Come raccontò Marella nel suo Ho coltivato il mio giardino, l’intento fu “attenuare la nettezza dei confini in modo da integrare la natura circostante”. Dopo la morte di Page, il lavoro fu proseguito dal torinese Paolo Pejrone. Lo stesso Page firmò poi il giardino di alberi da frutto e piante aromatiche di Villa Frescot.
A Villa Necchi, il giardino di Portaluppi con la piscina riscaldata e il campo da tennis dichiarava un’ideologia diversa ma altrettanto precisa: quella della vita all’aria aperta come segno di modernità, salute, agiatezza sportiva. Due giardini, due filosofie: a Torino il paesaggio da custodire, a Milano lo spazio da vivere.
In entrambi i casi, il principio è quello che abbiamo già visto altrove: nelle dimore di rango il verde non è pertinenza, è architettura. Ed è, ancora oggi, uno degli elementi che il mercato valuta con maggiore attenzione.
Cosa ne è oggi di queste ville
La parabola di queste dimore, letta dal 2026, dice qualcosa di importante.
Villa Necchi Campiglio fu donata al FAI nel 2001 da Gigina e Nedda Necchi, restaurata tra il 2002 e il 2008 con un investimento di circa sei milioni di euro sotto la guida dell’architetto Piero Castellini — nipote di Portaluppi — e aperta al pubblico. Oggi è una delle case museo più visitate di Milano, e ospita tre importanti collezioni d’arte donate da collezionisti privati.
Villa Frescot, invece, è approdata sul mercato: dal 2023 la proprietà — un complesso di tre edifici, tra cui la Villa Bona progettata da Amedeo Albertini per Edoardo Agnelli, per circa mille metri quadri catastali e oltre cinquanta vani — è in vendita per una richiesta intorno ai dieci milioni di euro. Non è un prezzo astronomico per un bene di questa portata, eppure gli acquirenti hanno tardato ad arrivare: pesano i costi di restauro, gli oneri di gestione, e il fatto che una casa così carica di storia impone al proprietario un ruolo — quello del custode — che non tutti sono disposti ad assumere.
È una lezione che vale la pena tenere a mente. Le dimore del potere economico sono beni magnifici e impegnativi. Chiedono di essere capite prima di essere comprate.
Cosa insegnano al mercato di oggi
Per chi cerca oggi un immobile di rappresentanza a Milano o a Torino, questa storia offre alcune indicazioni molto concrete.
La firma vale. Portaluppi, Buzzi, Mongiardino, Ponti, Albertini: il mercato riconosce oggi un premio misurabile agli immobili documentatamente progettati o ristrutturati da architetti di riconosciuta rilevanza. Non è snobismo: è qualità costruttiva, coerenza progettuale, rivendibilità futura su un mercato sempre più attento all’attribuzione.
La casa è un sistema, non un contenitore. Queste ville furono concepite come opere d’arte totali: architettura, interni, arredi, giardino, collezione d’arte, biblioteca funzionavano insieme. È esattamente il principio che oggi guida gli acquirenti più evoluti del segmento di rappresentanza — quelli che pensano la casa come un ecosistema coerente e non come una somma di metri quadri.
Il valore narrativo è un asset. Una dimora con una storia documentata — atti, fotografie d’epoca, disegni, attribuzioni verificate — vale di più, si vende meglio e difende il proprio prezzo con maggiore forza. Costruire e conservare l’archivio della propria casa è, letteralmente, un investimento.
Le due grammatiche esistono ancora. Milano continua a premiare la villa-manifesto, l’architettura riconoscibile, il nome dell’autore. Torino continua a premiare la continuità, la discrezione, la dimora storica che non ha bisogno di dichiararsi. Chi acquista nelle due città farebbe bene a sapere in quale delle due lingue sta parlando.
C’è, in fondo, una ragione per cui queste ville continuano ad affascinare a un secolo di distanza. Il potere economico che le costruì è cambiato, in parte si è dissolto, in parte è emigrato altrove. Le fabbriche sono state riconvertite, i marchi venduti, le dinastie disperse. Ma le case restano — e restano leggibili. L’architettura si è rivelata la forma più duratura in cui quel potere ha raccontato se stesso. È una constatazione che dovrebbe interessare chiunque, oggi, stia pensando a cosa lascerà dietro di sé.
Domande frequenti sulle ville degli industriali tra Milano e Torino
Che cosa raccontano le ville degli industriali italiani del Novecento?
Qual è la differenza tra le ville industriali di Milano e quelle di Torino?
Perché Villa Necchi Campiglio è considerata un manifesto dell’alta borghesia milanese?
Che cosa rappresenta Villa Agnelli di Villar Perosa?
Perché Villa Frescot è così importante nella storia della famiglia Agnelli?
Quale ruolo ebbe Tomaso Buzzi nelle dimore dell’alta borghesia industriale?
Perché il giardino è parte integrante del valore di queste ville?
Gli immobili firmati da grandi architetti mantengono più valore nel tempo?
Che cosa insegnano oggi queste ville a chi acquista una dimora di rappresentanza?
Sta valutando l’acquisto di una dimora storica o di rappresentanza tra Milano e Torino? Contatti Morabito Immobiliare per una consulenza riservata.
Iscrizione alla newsletter
Iscriviti alla newsletter di Francesco Morabito per restare aggiornato su mercato immobiliare, economia, normative e altre notizie dal settore immobiliare.
© MORABITO IMMOBILIARE MILANO. RIPRODUZIONE RISERVATA


