La casa di villeggiatura italiana: cento anni di evoluzione tra montagna, mare e lago

Poche cose raccontano la storia sociale di un Paese meglio delle case in cui ha scelto di trascorrere l’estate. In Italia, nell’arco di un secolo, la casa di villeggiatura è passata dall’essere privilegio di poche famiglie a fenomeno di massa, poi oggetto di critica e infine bene da recuperare con attenzione quasi filologica. In quel percorso si leggono il miracolo economico, la motorizzazione, il rapporto conflittuale con il paesaggio, e più di recente una diversa idea di tempo e di benessere.
Ripercorrere questa vicenda è soltanto un esercizio di storia dell’architettura e serve a capire perché certe case abbiano mantenuto e accresciuto il proprio valore mentre altre lo hanno perso e quali caratteristiche il mercato di oggi premi con maggiore costanza.
Anni Venti e Trenta: la villa come opera d’autore
All’inizio del secolo la villeggiatura è una pratica d’élite, ereditata dal modello ottocentesco della villa aristocratica. Le famiglie della borghesia industriale e professionale che possono permettersela costruiscono, e costruiscono con ambizione.
Il linguaggio dominante nei primi due decenni è il Liberty, consacrato in Italia dall’Esposizione Internazionale di Torino del 1902 e diffuso da progettisti come Raimondo D’Aronco. Sulle rive dei laghi lombardi, nella Riviera Ligure di Ponente dove Bordighera e Alassio erano già state elette a residenza invernale dalla colonia inglese, nei borghi di montagna, sorgono ville con decorazioni floreali, ferri battuti lavorati, verande vetrate, torrette panoramiche. Sono case pensate per soggiorni lunghi, spesso l’intera stagione, con spazi per il personale di servizio e ambienti di rappresentanza.
Negli anni Venti il clima cambia. Il gruppo del Novecento milanese, con Giovanni Muzio, Gio Ponti, Emilio Lancia e Paolo Mezzanotte, propone un ritorno all’ordine che rifiuta tanto le decorazioni Liberty quanto il razionalismo più radicale, cercando un linguaggio semplificato e austero. Ponti, che nel 1928 fonda Domus, diventa il principale interprete di un’idea di abitare in cui architettura, arredo e paesaggio formano un insieme coerente.
È in questo clima che nasce l’opera più celebre della villeggiatura italiana moderna: la casa che Adalberto Libera progetta per Curzio Malaparte a Punta Massullo, sull’isola di Capri, completata alla fine degli anni Trenta. Un parallelepipedo rosso pompeiano che emerge dalla roccia, con una scalinata che trasforma la copertura in una stanza a cielo aperto sospesa sul mare. È il manifesto di un’idea precisa: la casa di vacanza come luogo di intensità, non di comodità, costruita in dialogo aspro e nobile con il paesaggio.
In parallelo, il Nord-Ovest vive un esperimento di natura diversa. Negli anni Trenta la famiglia Agnelli promuove la costruzione di Sestriere, località alpina progettata ex novo con le sue torri circolari destinate all’ospitalità. È la prima stazione turistica italiana concepita a tavolino, e anticipa di trent’anni una logica che diventerà dominante.
Il tratto comune di questa stagione è che la casa di villeggiatura viene pensata come oggetto singolare. Ha un progettista, un’identità, un rapporto studiato con il luogo. Non è un prodotto, è un’opera.
Dopoguerra: la ricostruzione e il desiderio
Il secondo dopoguerra riparte da condizioni materiali che oggi colpiscono. All’inizio degli anni Cinquanta un quarto delle abitazioni italiane è privo di acqua corrente, quasi tre quarti non ha un bagno, solo una casa su dieci dispone di riscaldamento centralizzato. La spesa alimentare assorbe quasi il sessanta per cento del bilancio familiare.
In questo contesto la villeggiatura resta appannaggio di pochi, ma il desiderio si diffonde. Le famiglie tornano gradualmente al mare e in montagna, spesso in pensioni e alberghi modesti, e le località che avevano una tradizione turistica riprendono a popolarsi. Sulle Alpi occidentali, le Olimpiadi invernali di Cortina del 1956 danno visibilità internazionale alla montagna italiana e accendono l’interesse per le stazioni alpine anche in Piemonte e Valle d’Aosta.
È una fase di transizione. Le case che si costruiscono mantengono ancora un carattere artigianale, spesso legato alle tradizioni costruttive locali, ma comincia a farsi strada l’idea che la vacanza possa riguardare tutti.
Il boom: la casa di villeggiatura diventa di massa
Tra il 1958 e il 1963 l’Italia attraversa il miracolo economico. Il reddito per abitante quasi raddoppia, la disoccupazione scende sotto la soglia fisiologica, i tassi d’interesse contenuti aprono l’accesso al credito. Tre fattori in particolare cambiano radicalmente il rapporto degli italiani con il tempo libero: l’aumento del tempo disponibile, le ferie retribuite e la motorizzazione di massa.
Nasce così il fenomeno più tipicamente italiano dell’estate: l’esodo di agosto, scandito dalla chiusura delle grandi fabbriche, con la Fiat in testa, e del loro indotto. Milioni di famiglie caricano l’automobile e raggiungono le coste e le valli. La seconda casa smette di essere un privilegio e diventa status symbol accessibile, il segno tangibile di una condizione economica migliorata.
Il boom edilizio degli anni Sessanta trasforma il paesaggio. Sulle coste sorgono migliaia di edifici, spesso senza piani regolatori adeguati e senza qualità architettonica. Nelle valli alpine si moltiplicano i condomini di villeggiatura, palazzine di quattro o cinque piani che poco hanno a che vedere con l’architettura tradizionale di montagna. Compaiono i primi villaggi turistici, concepiti secondo una logica industriale in cui l’insediamento ricettivo si accompagna a uno sviluppo di seconde case che ne rende sostenibile il piano finanziario.
Il modello architettonico cambia natura. Dalla villa d’autore si passa alla produzione seriale: appartamenti standardizzati, villette a schiera, tipologie replicabili. La casa di villeggiatura diventa un prodotto, dimensionato per un uso concentrato in poche settimane, con finiture economiche e nessun isolamento termico, perché tanto la si usa solo d’estate.
Nel Nord-Ovest il fenomeno investe la Riviera Ligure, dove interi tratti di costa si densificano, la Versilia, che si consolida come meta della borghesia lombarda ed emiliana, e le valli alpine piemontesi e valdostane, dove nascono nuove stazioni e si ampliano quelle esistenti.
Anni Settanta e Ottanta: l’apice e le prime crepe
La diffusione della seconda casa raggiunge il suo massimo tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta. È il periodo in cui possedere un appartamento al mare o in montagna diventa quasi normale per la classe media del Nord industriale.
Ma è anche il momento in cui emergono i limiti del modello. La crisi petrolifera degli anni Settanta segna una battuta d’arresto. Cresce la consapevolezza ambientale, e con essa la critica alla cementificazione delle coste e delle valli. Molti comuni si trovano con un patrimonio edilizio enorme utilizzato poche settimane l’anno, città fantasma per dieci mesi e sovraccariche per due, con costi di servizi difficili da sostenere.
Comincia inoltre a manifestarsi un problema che diventerà centrale: la qualità costruttiva scadente di gran parte di quel patrimonio. Edifici realizzati in fretta, con materiali economici e senza attenzione all’isolamento, iniziano a invecchiare male, con costi di manutenzione crescenti e comfort inadeguato.
Parallelamente, chi ha disponibilità comincia a cercare qualcosa di diverso. Le località che hanno saputo preservare la propria identità, i borghi non sovraedificati, le zone
tutelate mantengono e accrescono il proprio prestigio proprio in virtù di ciò che altrove è andato perduto.
Anni Novanta e Duemila: la svolta del recupero
Il cambio di paradigma matura tra la fine del secolo e i primi anni Duemila, e ha una direzione chiara: dal costruire nuovo al recuperare esistente.
Diversi fattori convergono. Il mercato delle seconde case nelle zone sovraedificate mostra segni di stanchezza, con valori che ristagnano o calano. Cresce una sensibilità nuova verso il paesaggio e le architetture tradizionali. E soprattutto si afferma, come osservava già la letteratura sul turismo, una domanda più individuale ed esigente, che cerca forme di distinzione rispetto alla villeggiatura di massa.
Nasce così il mercato del rustico recuperato: il casale in pietra, la baita di montagna, la casa di borgo, il fienile trasformato in abitazione. La pietra a vista, le travi in legno, i pavimenti in cotto diventano un linguaggio riconoscibile e desiderato. In Toscana questo fenomeno assume dimensioni internazionali, ma riguarda anche le valli alpine, l’entroterra ligure, le colline piemontesi.
Cambia anche il rapporto con il tempo. La casa recuperata viene pensata per essere usata più a lungo, nelle mezze stagioni, per i fine settimana. Si comincia a riscaldarla davvero, a curarne il comfort, a considerarla qualcosa di più di un ricovero estivo.
Gli anni DuemilaDieci: la casa che si abita
L’ultimo decennio del periodo che stiamo considerando porta a maturazione questa trasformazione, e vi aggiunge elementi nuovi.
Il primo è l’efficienza energetica. Le normative europee e la sensibilità dei proprietari rendono centrali temi che nella casa di villeggiatura tradizionale erano assenti: isolamento, impianti efficienti, classe energetica. Una seconda casa che costa poco da mantenere vale più di una che costa molto, e il mercato inizia a prezzare questa differenza.
Il secondo è la destagionalizzazione. La casa di vacanza smette di essere legata a due mesi e viene concepita per un uso distribuito nell’anno. Questo cambia i requisiti progettuali: servono riscaldamento vero, spazi vivibili anche con il maltempo, servizi disponibili tutto l’anno nella località.
Il terzo è il ritorno degli spazi esterni come elemento centrale del progetto e non come contorno. Terrazze, giardini, portici, piscine assumono un’importanza che nella produzione seriale del boom non avevano.
Il quarto, che si affermerà pienamente all’inizio del decennio successivo, è la possibilità del lavoro a distanza. La casa di villeggiatura diventa potenzialmente luogo di vita e non solo di svago, e con essa cambiano le richieste: connettività, spazi per lavorare, vicinanza a servizi.
Cosa ha tenuto e cosa no
Guardando all’intero secolo con l’occhio di chi valuta immobili, emerge un quadro istruttivo su quali case abbiano mantenuto il proprio valore.
Hanno tenuto, e spesso lo hanno accresciuto, le ville d’autore del primo Novecento, quando conservate o restaurate con rispetto. La firma di un progettista riconosciuto, la qualità dei materiali, il rapporto studiato con il paesaggio si sono rivelati caratteristiche durevoli.
Hanno tenuto le case nelle località a offerta limitata, dove vincoli paesaggistici o conformazione del territorio hanno impedito la sovraedificazione. La scarsità si è dimostrata il miglior protettore del valore.
Hanno tenuto, e in molti casi si sono rivalutate in modo significativo, le architetture tradizionali recuperate bene: rustici, casali, baite, case di borgo. Il loro valore risiede in qualcosa che non è riproducibile, ovvero il tempo e la mano artigiana che le hanno costruite.
Hanno perso valore, o non lo hanno guadagnato, gli immobili seriali del boom nelle località sovraedificate. Appartamenti in condomini anonimi, con impianti obsoleti e classe energetica pessima, in contesti che hanno perso attrattività, costituiscono oggi una parte consistente dell’invenduto delle località turistiche.
Una lezione per chi compra
Cento anni di storia suggeriscono alcuni criteri che restano validi.
La qualità del contesto conta più della singola casa. Una buona proprietà in una località degradata vale meno di una proprietà modesta in un contesto tutelato e attrattivo. Prima di valutare l’immobile, vale la pena valutare il luogo, la sua capacità di conservarsi, i vincoli che lo proteggono.
L’autenticità ha resistito alle mode. Le architetture che raccontano una storia, che appartengono a una tradizione costruttiva o portano la firma di un autore, hanno attraversato il secolo mantenendo desiderabilità. La produzione indifferenziata no.
La qualità costruttiva è un investimento. Le case costruite bene sono ancora in piedi e valgono. Quelle costruite per durare una stagione sono diventate un problema per i loro proprietari.
L’uso prolungato protegge il valore. Le case che si possono abitare in più stagioni, in località vive tutto l’anno, hanno mostrato una tenuta superiore rispetto a quelle utilizzabili solo d’estate.
Il tempo come vera misura
C’è un filo che attraversa questi cento anni, e riguarda il rapporto tra la casa di villeggiatura e il tempo. All’inizio del secolo si andava in villeggiatura per una stagione intera, e la casa era pensata per accogliere quella lunghezza. Nella fase del boom il tempo si è compresso in poche settimane, e la casa si è adeguata diventando essenziale e provvisoria. Oggi il tempo si sta di nuovo dilatando, distribuendosi lungo l’anno in soggiorni più frequenti e più brevi, e la casa torna a chiedere qualità, comfort, capacità di essere abitata davvero.
In questo senso il percorso di un secolo si chiude quasi in circolo. Non si torna alla villa con il personale di servizio e le stagioni intere, evidentemente. Ma si torna a un’idea che negli anni della produzione di massa si era smarrita: che una casa dove si passa il tempo migliore della propria vita meriti la stessa cura, la stessa qualità e la stessa attenzione al progetto di quella dove si vive il resto dell’anno.
Domande frequenti sulla casa di villeggiatura italiana
Come si è evoluta la casa di villeggiatura italiana nel Novecento?
Quali caratteristiche avevano le ville di villeggiatura degli anni Venti e Trenta?
Perché Casa Malaparte è considerata un simbolo della villeggiatura moderna?
Come ha trasformato il boom economico il mercato delle seconde case?
Perché molti immobili turistici costruiti negli anni Sessanta e Settanta hanno perso valore?
Quando è iniziato il ritorno al recupero di rustici, baite e case di borgo?
Che cosa significa destagionalizzare una casa di villeggiatura?
Quali case di villeggiatura hanno mantenuto meglio il proprio valore?
Che cosa dovrebbe valutare oggi chi acquista una seconda casa?
Sta valutando l’acquisto o il recupero di una casa di villeggiatura tra mare, lago e montagna? Contatti Morabito Immobiliare per una consulenza riservata.
Iscrizione alla newsletter
Iscriviti alla newsletter di Francesco Morabito per restare aggiornato su mercato immobiliare, economia, normative e altre notizie dal settore immobiliare.
© MORABITO IMMOBILIARE MILANO. RIPRODUZIONE RISERVATA


